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Articolo tratto dall'archivio SCAS e già pubblicato sul bollettino speleologico
"Lux in Tenebris"
dello Speleo Club CAI Sanremo


Operazione Chaberton



RIASSUNTO:

Nei giorni 22 – 23 – 24 – Agosto 2003 l'Associazione Studi Cavità Artificiali Sanremo, per conto dello Speleo Club C.A.I. Sanremo, ha effettuato una spedizione esplorativa alla più alta fortificazione mai edificata in Europa, al fine di esplorarne le gallerie in caverna e di realizzare un documentario filmato ed una pubblicazione sugli esiti della spedizione.
Il forte Chaberton è situato a 3130 metri di altitudine, sulla vetta del monte omonimo, ed è stato per più di 40 anni l'orgoglio dell'artiglieria e della fortificazione permanente in montagna dell'esercito italiano.
Sotto il forte, a più di 3000 metri di altitudine, furono scavati un complesso di gallerie in caverna e di locali logistici invulnerabili ad ogni tipo di bombardamento, purtroppo non come accadde al forte sovrastante, che trovò la distruzione durante un attacco dell'artiglieria francese nella guerra del 1940.
L'oggetto di questa spedizione è stato quello di esplorare le suddette gallerie, effettuarne il rilievo e documentarne le condizioni odierne, a più di 50 anni dall'abbandono.
L'avvicinamento alla vetta è stato effettuato a piedi dal “campo base” situato nel paese di Claviére, superando 1300 metri di dislivello con zaini da 80 litri stracolmi di attrezzatura.
Con l'elevata altitudine, le gallerie ipogee si sono gradualmente riempite di ghiaccio e quindi l'equipaggiamento ha dovuto soddisfare requisiti sia speleologici che alpinistici.
Lo spessore medio del ghiaccio è stato valutato in circa 2 metri, e spettacolari cristalli ricoprono ogni angolo degli scavi.
In circa 5 ore di permanenza sotterranea è stato effettuato il rilievo degli ambienti, è stato girato circa 1 ora di filmato e sono state scattate innumerevoli fotografie.
In alcuni punti lo spessore del ghiaccio ha raggiunto la volta del soffitto e gli speleologi, per passare, sono stati costretti a strisciare in non più di 20 cm di spazio. Inoltre, la temperatura degli ambienti sotterranei è paragonabile a quella di un freezer (circa – 8 °C), e rimane pressoché costante sia nella stagione invernale che nella stagione estiva.
Di prossima uscita saranno una pubblicazione sul bollettino del gruppo Speleo Club C.A.I. Sanremo, “Lux in Tenebris”, con tutti i dettagli della spedizione, ed un documentario filmato con le splendide immagini del forte Chaberton e delle sue gallerie ghiacciate.
La spedizione è stata compiuta in due tempi: “Ricognizione Chaberton”, effettuata a luglio, come sopralluogo, ed “Operazione Chaberton” effettuata ad agosto quale spedizione vera e propria.
I membri delle spedizioni sono stati (in ordine alfabetico): Bagnaschino Davide, Bianco Andrea, Bianco Luca, Bonfante Sara, De Martin Barbara, Gazzano Alfio, Pastor Luigi, Pastorelli Alessandro, Pizzo Stefania, Serri Paolo, Alessio e Martina.



DETTAGLI



ANTEFATTO:

Un giorno dello scorso Settembre 2002 mi reco a trovare l'amico Davide, con cui parlo di eventuali esplorazioni ed avventure varie; iniziamo a sfogliare cartine e rilievi di bunker, fino a quando non esce dalla libreria un libro che mi colpisce particolarmente, dal titolo “Distruggete lo Chaberton!”.
Subito gli chiedo da dove arriva quella pubblicazione, e lui mi risponde di averla trovata in Piemonte; riguarda un importante forte italiano, gli do un'occhiata veloce e me la porto a casa.
Di sera, nella mia piccola camera, inizio a guardare le foto ed a leggere il libro tutto d'un fiato; la storia mi affascina, il luogo di costruzione anche: sono passato decine di volte per il colle del Monginevro, per andare a sciare a Serre Chevalier o a Les Deux Alpes, ma le poche opere militari cui ho sempre fatto caso sono che la caserma principale sulla strada poco prima di Claviere e qualche piccolo monoblocco francese; mai e poi mai ho fatto caso alla vetta del monte Chaberton, ed ora, vedendo la sua imponenza dalle foto del libro, mi domando come è possibile non averla notata. Poi scopro che al di sotto del forte sono state scavate centinaia di metri di gallerie e di locali logistici, rimaste inesplorate per decenni a causa delle formazioni di ghiaccio che ostruiscono il passaggio.
Il mattino seguente, dopo aver letto il libro per tutta la notte, mi sveglio con soltanto due parole nella mente: “Operazione Chaberton”.

Faccio subito un giro di telefonate ai soliti compagni di esplorazione per esporre la mia idea di organizzare una spedizione per l'anno 2003, e nel giro di pochi giorni la squadra è pronta per vedersi e per iniziare ad organizzare il tutto.
Siamo ad Ottobre 2002 e “Operazione Chaberton” ha gia preso corpo; i primi a aderire sono i soliti: mio fratello Luca, Sara, Paolo, e Davide, ma tra quasi un anno, cioè ad Agosto 2003 altri si aggiungeranno.
La mia prima idea è di creare un campo base avanzato nel piazzale antistante il forte, a 3130 mt di altitudine, e di passare lì tre o quattro giorni per compiere tutti i lavori che l'esplorazione richiede; la squadra al momento è tutta d'accordo, anche se le difficoltà organizzative per un campo del genere e per così poche persone non sono da sottovalutare.
Intanto Paolo ed io iniziamo a creare delle presentazioni al computer, per esporre ai vari interessati, ed anche in sede CAI, la nostra spedizione e per reclutare degli eventuali volontari.
All'inizio di Gennaio “Operazione Chaberton” è una realtà: nel gruppo speleo di Sanremo è già conosciuta grazie al continuo “martellamento” di noi organizzatori; alcuni soci sono entusiasti, altri ci prendono un po' per i fondelli perché reputano la speleologia urbana un'attività minore del gruppo e meno impegnativa, anche se in questo caso non è proprio così.
All'assemblea generale dei soci dello Speleo Club CAI Sanremo di inizio anno “l'operazione” è presentata ufficialmente con i lavori fatti al computer da Paolo e da me.

Si avvicina l'estate 2003 e capisco che sarà necessario organizzare un sopralluogo in vetta al monte Chaberton in modo da conoscere le particolarità del luogo, le condizioni di innevamento, il livello di ghiaccio all'interno delle gallerie sotterranee, il luogo dove installare il campo; il sopralluogo si chiamerà “Ricognizione Chaberton”.



CENNI GEOGRAFICI:

Risalendo la valle di Susa lungo la statale del Monginevro si rimane colpiti dalla visione di un elevato monte con la particolarità di avere la sommità tronca.
Arrivati al valico del Monginevro, che mette in comunicazione Italia e Francia, a strapiombo sugli abitati di Cesana Torinese e di Claviere, si innalza la possente e severa figura del Monte Chaberton.
Il caratteristico cono roccioso di questo monte si innalza maestoso, e si evidenzia isolato in mezzo a montagne assai meno alte.
E' visibile da un'ampia zona circostante, caratterizzato dalla sua ampia e pianeggiante vetta che, soprattutto se vista da Est, mostra otto grandi costruzioni cilindriche corrispondenti alle torri che supportavano le casematte del forte.
Il Monte Chaberton si trova nell'alta Valle di Susa (provincia di Torino), a Nord del Colle del Monginevro (1850 m s.l.m.). I suoi contrafforti salgono, dal lato Sud, sopra a Claviere con il Vallonetto e la Punta della Portiola, da Ovest dal Vallone del Rio Secco, da Nord dal Colle dello Chaberton e da Est dalla Rocca d'Aigliere e dalla Cresta Nera. Il rilievo, dai suoi 3130 metri, domina la conca di Briançon e quella di Cesana, costituendo un ottimo punto di osservazione e di controllo in caso di conflitto.

UN PO' DI STORIA:

Nel 1898, sulla sommità del Monte Chaberton, fu dato avvio ai lavori di costruzione di un'imponente batteria corazzata che fu terminata sedici anni dopo nel 1914, alla vigilia della Grande Guerra.
Gli strateghi del Regio Esercito ben compresero che, un'opera qui dislocata, avrebbe potuto battere un territorio molto ampio e a giro d'orizzonte, sia per scopi offensivi, facendo fuoco su batterie nemiche e posizioni fortificate francesi, sia difensivi, controllando i movimenti avversari in territorio francese ma anche, eventualmente, in territorio italiano.
Il forte fu realizzato qui per l'ottimo campo di tiro e, data l'altezza, per la conseguente maggiore gittata dei pezzi qui posizionati. Inoltre all'epoca della costruzione non esistevano bocche da fuoco in grado di recare offesa alle strutture del forte, ricavate sul rovescio dell'altura e protette, sul versante rivolto verso Francia, dallo spalto.
I primi interventi riguardarono la strada di accesso, realizzata dal 1891 al 1897, necessaria ai lavori in vetta e al trasporto di materie prime e attrezzature; essa venne ricavata sui pendii scoscesi dello Chaberton, su ghiaioni e talvolta in roccia, prevalentemente a mezza costa e con le difficoltà dovute alla friabilità della roccia e a grandi pietraie che contraddistinguono i versanti del rilievo. Durante i lavori alla batteria la strada venne modificata in alcuni punti, per ridurne la pendenza e facilitare i trasporti di carichi pesanti (soprattutto dei cannoni lunghi cinque metri e mezzo e pesanti quattro tonnellate ciascuno).
Il tracciato, lungo quattordici chilometri (sebbene i cippi chilometrici ne indichino ancora i tredici iniziali) si distacca dalla Strada Statale n. 24 nei pressi di Fenils, attraversa il piccolo abitato, raggiunge le grange di Pra Claud e, quindi, il Colle dello Chaberton; da qui un'ultima serie di ventitré tornati giunge alla vetta.
Insieme alla strada, per rendere più rapidi ed economici il trasporto di materiali leggeri, venne anche realizzata una teleferica, ultimata nel 1903, che subì vari rimaneggiamenti in parallelo con la costruzione del forte.
Anche la costruzione della teleferica fu determinata dalle difficoltà offerte dall'ambiente; per le realizzazione di alcuni cavalletti furono necessarie vere e proprie imprese alpinistiche. In particolare un cavalletto sul versante orientale fu posizionato su una punta rocciosa, passaggio obbligato per scendere poi a Nord di Claviere.
La teleferica fu tra le prime in Italia, a essere realizzata con simili misure: con sviluppo orizzontale di 3325 metri, dislivello di 1785 metri, lunghezza inclinata di 3783 metri e pendenza media del 27,3 %. Dopo la costruzione della batteria, la stazione a monte venne inglobata nella struttura stessa dell'opera. Un progetto di incavernamento risalente al 1935 non venne mai posto in opera.
Il forte comprende i baraccamenti ufficiali e truppa, i locali di caricamento, ricavati poco sotto la batteria in posizione defilata, la polveriera in caverna e la batteria vera e propria con la teleferica annessa.
Il baraccamento truppa si sviluppava su due livelli mentre quello ufficiali su di un solo piano; i locali di caricamento, immediatamente sotto al fabbricato di base delle torri, erano collegati alle polveriere in caverna e ricavati in roccia, con solo la facciata all'esterno. Le polveriere erano in caverna per mettere al riparo da eventuali bombardamenti proietti, bossoli, cariche di lancio e polveri. Una lunga scalinata di settanta metri (dislivello trentaquattro metri), ricavata in roccia, le collegava con il forte; inoltre per rendere più rapido il rifornimento delle munizioni, lungo il soffitto della scala, era stato ancorato un montacarichi inclinato. Le particolarità dell'ambiente e il freddo, già all'epoca, avevano fatto sì che il cunicolo (attualmente quasi completamente pieno di ghiaccio) fosse già chiamato “galleria ghiaccio”, per le incrostazioni che rivestivano le pareti e impedivano il regolare funzionamento del montacarichi (infatti, nel Giugno 1940, a questo venne preferito il più rapido trasporto a spalla di proietti e bossoli).
La batteria vera e propria è composta di otto torrette con altrettanti cannoni da 149 A (acciaio), anche chiamati 149/35, in installazione tipo Armstrong Montagna (A.M.). I cannoni e i serventi erano protetti dalle intemperie e dalle schegge da una casamatta in acciaio con spessore variabile da 1,6 a 5 cm. L'affusto, il cannone, la casamatta e l'ombrello paraneve erano tra loro solidali e avevano brandeggio di 360°; la casamatta era posta in cima a una torre (costruita in cemento armato e mattoni di cemento), che doveva evitare, stante il forte innevamento invernale, che la neve stessa sommergesse le torrette impedendone l'utilizzo. All'interno di ogni torre una scala elicoidale e un montacarichi collegavano la casamatta con il piano terra; qui si trovava un fabbricato di forma parallelepipeda nel quale erano ricavati i diversi locali per ricovero uomini, riservette munizioni, gruppi elettrogeni, teleferica, ecc.
Gli otto pezzi da 149 mm avevano gittata massima di 16.000 metri (sebbene la maggiore quota dello Chaberton, rispetto ad alcuni obiettivi, consentisse di raggiungere distanze maggiori) e potevano battere tutta la conca di Briançon, oltre che il Colle del Monginevro, la conca di Cesana, e le diverse opere militari qui realizzate. Per questo motivo, il forte dello Chaberton, era classificato come opera autonoma ad azione lontana, in grado di colpire obiettivi profondamente in territorio nemico e in grado quindi di essere utilizzato per scopi offensivi, oltre che difensivi.
Durante la prima guerra mondiale l'opera venne spogliata del proprio armamento, che venne inviato sul fronte orientale per fronteggiare la penuria di bocche da fuoco. Successivamente riarmato, nel Giugno 1940 l'opera è protagonista di uno dei fatti d'arme più significativi e, forse più conosciuti, della breve "Battaglia delle Alpi".
Il vanto dell'artiglieria italiana, l'opera più alta d'Europa, è divenuta nel frattempo la 515
a Btr S.P. della Guardia alla Frontiera. A partire dal 1931, infatti, il Forte dello Chaberton, diventa parte della nuova sistemazione difensiva delle Alpi e viene inglobato all'interno della struttura del Vallo Alpino, la linea fortificata che, da Ventimiglia a Fiume, chiude le porte di casa.
Il 10 Giugno 1940, coglie molte opere del Vallo Alpino ancora in costruzione, se non allo stadio di progetto; nella Valle di Susa, la prima linea è completata, restano da mettere in cantiere le seconde e terze linee. Al Colle dello Chaberton, due piccoli centri di resistenza controllano il sentiero proveniente dal Rio Secco ma, come pure tutti gli altri “bunker” della sistemazione difensiva, non avranno il loro battesimo del fuoco. E' infatti il Regio Esercito che muove all'attacco e che tenta, invano, di superare le difese francesi lungo tutte le Alpi Occidentali.
In questo quadro è importante l'azione dello Chaberton che, il 17 Giugno entra in azione e spara i primi quaranta colpi. Lo scopo è appoggiare le fanterie italiane e, in particolare, eliminare le batterie e i forti nemici che ne ostacolano l'avanzata. Il giorno 20 la batteria inizia il tiro con maggiore intensità, prima sul dirimpettaio Janus, poi su altri forti della conca di Briançon. Il 21 Giugno l'opera riceve l'ordine di intervenire, concentrando il fuoco su di un obiettivo per volta. Alle 8 del mattino giunge sul rilievo un primo colpo da 280 mm, solo alle 17 però, con il diradarsi della nebbia che sino a quel momento aveva ostacolato l'osservazione, il tiro della batteria francese del Tenente Miguet diventa più precisa e inizia il tiro con regolarità: alle 17.15 la prima torre viene colpita in pieno e, in poco tempo, anche la teleferica e, nell'ordine, la quinta, la quarta, la terza, la seconda e la sesta torre vengono distrutte. Dopo le 18.00 rimangono efficienti solo il 7° e l'8° pezzo, che continuano il tiro sino alle ore 20.
Il bilancio è drammatico: 9 morti e cinquanta feriti, mentre i quattro mortai Schneider da 280 mm hanno sparato 57 colpi. Nei giorni seguenti le due torri superstiti continueranno il tiro in modo sporadico; infatti la nebbia impedisce l'osservazione del tiro, ma protegge anche lo Chaberton dalla distruzione completa, una sorte organizzata molto tempo prima del Giugno 1940.
L'Armee, conscia del pericolo costituito dall'opera dello Chaberton, infatti aveva già da molto tempo studiato e risolto il problema della sua distruzione. Infatti, mentre nel 1900 non esistevano pezzi in grado di battere con efficacia la vetta del forte, già nel 1914 la veloce evoluzione delle artiglierie poneva fine alla sua invulnerabilità. I francesi avevano posizionato già da tempo una batteria di obici Schneider da 280 mm nei pressi di Briançon, ovviamente in posizione defilata, da dove battere, senza essere visti, la vetta dello Chaberton.

RICOGNIZIONE CHABERTON:

Finalmente è estate, siamo pronti a partire per “Ricognizione Chaberton”.
La squadra per il sopralluogo è formata da quattro persone: Sara, Davide, Alfio (un nuovo membro che venuto a conoscenza della spedizione ha partecipato con entusiasmo), ed io (Andrea).
I giorni prescelti sono il 11- 12 – 13 Luglio 2003.
Un piccolo alberghetto ci aspetta a Claviere, paese di confine posto sul colle del Monginevro a 1800 mt di altitudine; arriviamo la sera del 11 Luglio, mangiamo una pizza, prepariamo il materiale per l'indomani ed andiamo a dormire presto.
Il 12 Luglio è il grande giorno: dopo quasi un anno di progetti e fantasie, finalmente saremo in vetta allo Chaberton.
Partiamo alle 7.00 di mattina, arrivando con la macchina poco dopo la frontiera francese, all'inizio del vallone di Rio Secco.
Iniziamo la lunga risalita, dapprima superando gli impianti della stazione sciistica di Monginevro, poi risalendo per il valloncello dirupato che ospita il ricovero Sette Fontane, un piccolo punto di appoggio sempre aperto che può venire utile in caso di difficoltà.
Dopo circa due ore di cammino arriviamo al colle dello Chaberton a quota 2670 mt; due piccole opere in caverna ne sbarravano il passaggio, ma per la mancanza di tempo e la voglia di arrivare in vetta, ne visitiamo solamente una, con la particolarità di avere ancora in loco parte del rigeneratore d'aria e relative tubazioni.
Ripartiamo alla volta della cima, osservando poco sopra il colle le opere di raccolta acqua e l'impressionante strada sterrata che si inerpica sul fianco del monte.
Intorno a quota 2900 mt incontriamo il piccolo posto di guardia che permetteva l'accesso al forte sovrastante, ed una fittissima serie di reticolati, pilastri in cemento e filo spinato posti a difesa dei fianchi dello Chaberton .
Superiamo anche l'unica pietra miliare rimasta a testimoniare i chilometri che dividono la strada dall'abitato di Fenils, nel fondovalle.
A quota 3000 mt troviamo le caserme destinate al ricovero delle truppe (inferiore) e degli ufficiali (superiore), ubicate in posizione sicura (dietro il filo di cresta), al riparo da eventuali tiri nemici; poco più in alto si apre l'importante finestra d'aerazione dei profondi locali sotterranei, adibiti nelle stanze più profonde a polveriera.
Verso le 12.00 siamo finalmente in vetta, e devo dire con grande emozione: siamo arrivati alla meta che ormai programmavamo da circa un anno, e ne siamo molto soddisfatti.
Scattiamo subito una gran quantità di foto: ci troviamo a quota 3130 mt, di fronte al più ardito e più alto forte mai edificato in Europa.
Alla base delle torri e dello spalto, ci addentriamo subito nei corridoi della caserma, invasa da neve e ghiaccio, ormai diventato perenne nelle profonde gallerie sotterranee.
Il lungo corridoio principale, mette in comunicazione i pozzi delle otto torri che sorreggevano i cannoni da 149mm, le riservette munizioni ed i locali adibiti a magazzino; attraversiamo anche i locali logistici, dove si possono ancora trovare resti degli impianti tecnici, come un gruppo elettrogeno che forniva energia elettrica, rimasto sepolto con il basamento nel ghiaccio.
Percorriamo la lunga e bassa galleria che attraverso per l'intera lunghezza lo spalto, completamente rivestita da micro formazioni di ghiaccio.
Dopo aver visitato attentamente la caserma, individuiamo l'accesso ai locali sotterranei, totalmente ingombro di ghiaccio vivo, con uno spessore di oltre un metro e mezzo.
Nel cortile antistante la caserma, incontriamo altri escursionisti, tra cui un ragazzo, Roberto Guasco (che ringraziamo ancora) che ci presta i ramponi che aveva con se.
Possiamo così avventurarci lungo il corridoio discendente e prendere una prima vista di quello che dovremo esplorare in seguito; arriviamo alla galleria principale, ma non la percorriamo per mancanza di attrezzatura (vedi impianti luci affidabili ed abbigliamento), il freddo è intenso (circa –8° C costanti), ma non ci demoralizziamo.
Lo scopo della ricognizione era infatti di avere un'idea più precisa di quello anche avremo dovuto fare e della possibilità di installare un campo base al forte.
Ci rendiamo conto però che viste le poche forze umane non sarà possibile rimanere più giorni in vetta, ma optiamo invece per una giornata molto intensa che ci porterà a salire, esplorare e scendere nell'arco delle 24 ore.
La sera, davanti ad una pizza e una birra, facciamo programmi per “Operazione Chaberton”.

OPERAZIONE CHABERTON:

Il 23 Agosto 2003 è il giorno prescelto.
Il campo base è stato “piantato” nel piccolo albergo di Claviere che già ci aveva ospitati.
Alla spedizione si sono aggiunti Luca, Alessandro, Luigi e Paolo: siamo dunque in cinque ad accingerci a esplorare lo Chaberton.
Partiamo da Claviere alle 3,30 di mattino, con cinque zaini pieni di qualsiasi cosa possa servire (siamo vicini ai 20Kg a testa); l'itinerario di salita è lo stesso della “ricognizione”, con la differenza che questa volta saliamo per gran parte del percorso alla luce delle frontali.
Verso le 9,00 di mattina siamo in vetta, io addirittura per la seconda volta; la prima cosa che facciamo è quella di scaricarci dai pesanti zaini che hanno rallentato tutta la nostra salita, e trovare una qualsiasi specie di giaciglio per riposarsi un'oretta prima di immergerci nelle gallerie ghiacciate.
Dopo un riposino ed una attenta preparazione di tutta l'attrezzatura (corde, luci, chiodi da ghiaccio, abbigliamento, ecc) siamo pronti per entrare ed anche per rimanere a lungo tempo nel freddo intenso delle profondità dello Chaberton.
Scendiamo la rampa di scale (un vero e proprio scivolo ghiacciato), fino al livello intermedio che interseca la galleria principale che corre tutta sotto il forte; il ghiaccio è talmente vivo e lucido che ci rispecchiamo senza alcuna fatica sul pavimento.
Arriviamo al primo bivio: a destra si percorre la galleria che esce parecchi metri sotto il cortile della caserma, in un baratro di sfasciumi, a destra si percorre il “ramo delle rose di ghiaccio”, la parte della galleria che avrebbe dovuto portare alla finestra osservatorio sul versante francese.
In questo ramo, l'assenza di correnti d'aria, ha creato delle concrezioni di ghiaccio fantastiche, che sembrano appunto delle rose.
Rose di ghiaccio, aria cristallizzata ci avvolgono tutto attorno; e uno spettacolo illuminato dalle acetilene di rara bellezza e impossibile da dimenticare.
Paolo assaggia una sottilissima ed impalpabile concrezione di ghiaccio, e si rammarica di non aver portato con se lo sciroppo alla menta.
Arriviamo a una diramazione: la esploriamo, ma dopo alcuni metri chiude; siamo a quello che sarebbe dovuto essere l'accesso alla stazione della teleferica per via sotterranea, iniziato, ma mai ultimato.
Proseguiamo lungo la galleria; ci muoviamo gattoni, lo spessore del ghiaccio infatti qui raggiunge e supera i due metri, e ad impedire un agevole passaggio vi sono le centine metalliche che sostenevano l'impermeabilizzazione della galleria; già quando il forte era in uso infatti, era grande il problema delle formazioni di ghiaccio lungo tutte le gallerie, gli impianti elettrici e meccanici.
Arriviamo al termine della galleria, dove si trova uno spesso muro in calcestruzzo: dall'altra parte una breve galleria che diparte nelle vicinanze della stazione di arrivo della teleferica e che porta alla finestra di avvistamento lato Francia.
Un piccolo passaggio (forse una porta) metteva in comunicazione le due gallerie, ma oltre due metri di ghiaccio lo ostruiscono.
Torniamo indietro, intanto rileviamo e disegniamo l'interno.
Tornati al bivio della scala discendente prepariamo una calata su corda, per arrivare nei locali adibiti a polveriera.
Mi calo tra ghiaccio e soffitto, in pochi centimetri di aria, poco dopo mi raggiunge Alessandro, rileviamo tutto il possibile, il ghiaccio è talmente tanto che strisciamo sdraiati sul soffitto.
Sono ormai oltre due ore che siamo in un ambiente a quasi –10°C, l'esplorazione è conclusa con successo, e decidiamo di risalire.
Fuori ci aspetta Luigi ed una giornata estiva di pieno sole.
Lo sbalzo termico è di oltre 30°C e noi ci spogliamo e ci facciamo coccolare dal caldo sole.
Brindiamo con la poca acqua che ci è rimasta al successo della spedizione, ma ormai è tardo pomeriggio e bisogna scendere a valle.
Guardiamo con soddisfazione e con un po' di malinconia il forte, e ci incamminiamo verso Claviere dove ci attendono fidanzate, mogli e figli.


CONCLUSIONI:

La leggenda ed il mistero che ancora oggi circondano il mito dello Chaberton ci hanno spinto ad esplorarne le gallerie sotterranee, parte meno conosciuta, ma forse più affascinante dell'intero complesso.
Oggi rimangono le vestigia di un forte che è diventato meta di centinaia di escursionisti; moltissimi, dopo aver superato millecinquecento metri di dislivello, da Fenils o dal Vallone del Rio Secco, danno un'occhiata distratta alle strutture, mangiano un panino e tornano a valle, aggiungendo al loro carnet anche questa camminata, alcuni salgono di corsa e, senza guardare neppure il panorama, scendono altrettanto di corsa, pochissimi si avventurano all'interno delle gallerie e nelle caserme, cercando di capire come, un monte incastonato in un mondo bellissimo, sia potuto diventare strumento di guerra.
E' stata una spedizione che ha riunito un mix di specialità quali la bunkerologia, la speleologia, l'alpinismo, il movimento su ghiaccio; una dura prova ben superata dai componenti che hanno dato vita ad una piccola ma importante impresa.

E' stato realizzato un video intitolato”Operazione Chaberton 2003” disponibile presso la sede della SCAS, in Sanremo, con tutte le immagini ed i dettagli della spedizione.

Hanno partecipato:

Bianco Andrea - Capospedizione

Bagnaschino Davide
Bianco Luca
Bonfante Sara
De Martin Barbara
Gazzano Alfio
Pastor Martina
Pastor Luigi
Pastorelli Alessandro
Pastorelli Alessio
Pizzo Stefania
Serri Paolo

 Stay Alive and Free info@scas.it 
Il forte Chaberton


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Articolo tratto dall'archivio SCAS e già pubblicato sul bollettino speleologico
"Lux in Tenebris"
dello Speleo Club CAI Sanremo


Operazione Chaberton



RIASSUNTO:

Nei giorni 22 – 23 – 24 – Agosto 2003 l'Associazione Studi Cavità Artificiali Sanremo, per conto dello Speleo Club C.A.I. Sanremo, ha effettuato una spedizione esplorativa alla più alta fortificazione mai edificata in Europa, al fine di esplorarne le gallerie in caverna e di realizzare un documentario filmato ed una pubblicazione sugli esiti della spedizione.
Il forte Chaberton è situato a 3130 metri di altitudine, sulla vetta del monte omonimo, ed è stato per più di 40 anni l'orgoglio dell'artiglieria e della fortificazione permanente in montagna dell'esercito italiano.
Sotto il forte, a più di 3000 metri di altitudine, furono scavati un complesso di gallerie in caverna e di locali logistici invulnerabili ad ogni tipo di bombardamento, purtroppo non come accadde al forte sovrastante, che trovò la distruzione durante un attacco dell'artiglieria francese nella guerra del 1940.
L'oggetto di questa spedizione è stato quello di esplorare le suddette gallerie, effettuarne il rilievo e documentarne le condizioni odierne, a più di 50 anni dall'abbandono.
L'avvicinamento alla vetta è stato effettuato a piedi dal “campo base” situato nel paese di Claviére, superando 1300 metri di dislivello con zaini da 80 litri stracolmi di attrezzatura.
Con l'elevata altitudine, le gallerie ipogee si sono gradualmente riempite di ghiaccio e quindi l'equipaggiamento ha dovuto soddisfare requisiti sia speleologici che alpinistici.
Lo spessore medio del ghiaccio è stato valutato in circa 2 metri, e spettacolari cristalli ricoprono ogni angolo degli scavi.
In circa 5 ore di permanenza sotterranea è stato effettuato il rilievo degli ambienti, è stato girato circa 1 ora di filmato e sono state scattate innumerevoli fotografie.
In alcuni punti lo spessore del ghiaccio ha raggiunto la volta del soffitto e gli speleologi, per passare, sono stati costretti a strisciare in non più di 20 cm di spazio. Inoltre, la temperatura degli ambienti sotterranei è paragonabile a quella di un freezer (circa – 8 °C), e rimane pressoché costante sia nella stagione invernale che nella stagione estiva.
Di prossima uscita saranno una pubblicazione sul bollettino del gruppo Speleo Club C.A.I. Sanremo, “Lux in Tenebris”, con tutti i dettagli della spedizione, ed un documentario filmato con le splendide immagini del forte Chaberton e delle sue gallerie ghiacciate.
La spedizione è stata compiuta in due tempi: “Ricognizione Chaberton”, effettuata a luglio, come sopralluogo, ed “Operazione Chaberton” effettuata ad agosto quale spedizione vera e propria.
I membri delle spedizioni sono stati (in ordine alfabetico): Bagnaschino Davide, Bianco Andrea, Bianco Luca, Bonfante Sara, De Martin Barbara, Gazzano Alfio, Pastor Luigi, Pastorelli Alessandro, Pizzo Stefania, Serri Paolo, Alessio e Martina.



DETTAGLI



ANTEFATTO:

Un giorno dello scorso Settembre 2002 mi reco a trovare l'amico Davide, con cui parlo di eventuali esplorazioni ed avventure varie; iniziamo a sfogliare cartine e rilievi di bunker, fino a quando non esce dalla libreria un libro che mi colpisce particolarmente, dal titolo “Distruggete lo Chaberton!”.
Subito gli chiedo da dove arriva quella pubblicazione, e lui mi risponde di averla trovata in Piemonte; riguarda un importante forte italiano, gli do un'occhiata veloce e me la porto a casa.
Di sera, nella mia piccola camera, inizio a guardare le foto ed a leggere il libro tutto d'un fiato; la storia mi affascina, il luogo di costruzione anche: sono passato decine di volte per il colle del Monginevro, per andare a sciare a Serre Chevalier o a Les Deux Alpes, ma le poche opere militari cui ho sempre fatto caso sono che la caserma principale sulla strada poco prima di Claviere e qualche piccolo monoblocco francese; mai e poi mai ho fatto caso alla vetta del monte Chaberton, ed ora, vedendo la sua imponenza dalle foto del libro, mi domando come è possibile non averla notata. Poi scopro che al di sotto del forte sono state scavate centinaia di metri di gallerie e di locali logistici, rimaste inesplorate per decenni a causa delle formazioni di ghiaccio che ostruiscono il passaggio.
Il mattino seguente, dopo aver letto il libro per tutta la notte, mi sveglio con soltanto due parole nella mente: “Operazione Chaberton”.

Faccio subito un giro di telefonate ai soliti compagni di esplorazione per esporre la mia idea di organizzare una spedizione per l'anno 2003, e nel giro di pochi giorni la squadra è pronta per vedersi e per iniziare ad organizzare il tutto.
Siamo ad Ottobre 2002 e “Operazione Chaberton” ha gia preso corpo; i primi a aderire sono i soliti: mio fratello Luca, Sara, Paolo, e Davide, ma tra quasi un anno, cioè ad Agosto 2003 altri si aggiungeranno.
La mia prima idea è di creare un campo base avanzato nel piazzale antistante il forte, a 3130 mt di altitudine, e di passare lì tre o quattro giorni per compiere tutti i lavori che l'esplorazione richiede; la squadra al momento è tutta d'accordo, anche se le difficoltà organizzative per un campo del genere e per così poche persone non sono da sottovalutare.
Intanto Paolo ed io iniziamo a creare delle presentazioni al computer, per esporre ai vari interessati, ed anche in sede CAI, la nostra spedizione e per reclutare degli eventuali volontari.
All'inizio di Gennaio “Operazione Chaberton” è una realtà: nel gruppo speleo di Sanremo è già conosciuta grazie al continuo “martellamento” di noi organizzatori; alcuni soci sono entusiasti, altri ci prendono un po' per i fondelli perché reputano la speleologia urbana un'attività minore del gruppo e meno impegnativa, anche se in questo caso non è proprio così.
All'assemblea generale dei soci dello Speleo Club CAI Sanremo di inizio anno “l'operazione” è presentata ufficialmente con i lavori fatti al computer da Paolo e da me.

Si avvicina l'estate 2003 e capisco che sarà necessario organizzare un sopralluogo in vetta al monte Chaberton in modo da conoscere le particolarità del luogo, le condizioni di innevamento, il livello di ghiaccio all'interno delle gallerie sotterranee, il luogo dove installare il campo; il sopralluogo si chiamerà “Ricognizione Chaberton”.



CENNI GEOGRAFICI:

Risalendo la valle di Susa lungo la statale del Monginevro si rimane colpiti dalla visione di un elevato monte con la particolarità di avere la sommità tronca.
Arrivati al valico del Monginevro, che mette in comunicazione Italia e Francia, a strapiombo sugli abitati di Cesana Torinese e di Claviere, si innalza la possente e severa figura del Monte Chaberton.
Il caratteristico cono roccioso di questo monte si innalza maestoso, e si evidenzia isolato in mezzo a montagne assai meno alte.
E' visibile da un'ampia zona circostante, caratterizzato dalla sua ampia e pianeggiante vetta che, soprattutto se vista da Est, mostra otto grandi costruzioni cilindriche corrispondenti alle torri che supportavano le casematte del forte.
Il Monte Chaberton si trova nell'alta Valle di Susa (provincia di Torino), a Nord del Colle del Monginevro (1850 m s.l.m.). I suoi contrafforti salgono, dal lato Sud, sopra a Claviere con il Vallonetto e la Punta della Portiola, da Ovest dal Vallone del Rio Secco, da Nord dal Colle dello Chaberton e da Est dalla Rocca d'Aigliere e dalla Cresta Nera. Il rilievo, dai suoi 3130 metri, domina la conca di Briançon e quella di Cesana, costituendo un ottimo punto di osservazione e di controllo in caso di conflitto.

UN PO' DI STORIA:

Nel 1898, sulla sommità del Monte Chaberton, fu dato avvio ai lavori di costruzione di un'imponente batteria corazzata che fu terminata sedici anni dopo nel 1914, alla vigilia della Grande Guerra.
Gli strateghi del Regio Esercito ben compresero che, un'opera qui dislocata, avrebbe potuto battere un territorio molto ampio e a giro d'orizzonte, sia per scopi offensivi, facendo fuoco su batterie nemiche e posizioni fortificate francesi, sia difensivi, controllando i movimenti avversari in territorio francese ma anche, eventualmente, in territorio italiano.
Il forte fu realizzato qui per l'ottimo campo di tiro e, data l'altezza, per la conseguente maggiore gittata dei pezzi qui posizionati. Inoltre all'epoca della costruzione non esistevano bocche da fuoco in grado di recare offesa alle strutture del forte, ricavate sul rovescio dell'altura e protette, sul versante rivolto verso Francia, dallo spalto.
I primi interventi riguardarono la strada di accesso, realizzata dal 1891 al 1897, necessaria ai lavori in vetta e al trasporto di materie prime e attrezzature; essa venne ricavata sui pendii scoscesi dello Chaberton, su ghiaioni e talvolta in roccia, prevalentemente a mezza costa e con le difficoltà dovute alla friabilità della roccia e a grandi pietraie che contraddistinguono i versanti del rilievo. Durante i lavori alla batteria la strada venne modificata in alcuni punti, per ridurne la pendenza e facilitare i trasporti di carichi pesanti (soprattutto dei cannoni lunghi cinque metri e mezzo e pesanti quattro tonnellate ciascuno).
Il tracciato, lungo quattordici chilometri (sebbene i cippi chilometrici ne indichino ancora i tredici iniziali) si distacca dalla Strada Statale n. 24 nei pressi di Fenils, attraversa il piccolo abitato, raggiunge le grange di Pra Claud e, quindi, il Colle dello Chaberton; da qui un'ultima serie di ventitré tornati giunge alla vetta.
Insieme alla strada, per rendere più rapidi ed economici il trasporto di materiali leggeri, venne anche realizzata una teleferica, ultimata nel 1903, che subì vari rimaneggiamenti in parallelo con la costruzione del forte.
Anche la costruzione della teleferica fu determinata dalle difficoltà offerte dall'ambiente; per le realizzazione di alcuni cavalletti furono necessarie vere e proprie imprese alpinistiche. In particolare un cavalletto sul versante orientale fu posizionato su una punta rocciosa, passaggio obbligato per scendere poi a Nord di Claviere.
La teleferica fu tra le prime in Italia, a essere realizzata con simili misure: con sviluppo orizzontale di 3325 metri, dislivello di 1785 metri, lunghezza inclinata di 3783 metri e pendenza media del 27,3 %. Dopo la costruzione della batteria, la stazione a monte venne inglobata nella struttura stessa dell'opera. Un progetto di incavernamento risalente al 1935 non venne mai posto in opera.
Il forte comprende i baraccamenti ufficiali e truppa, i locali di caricamento, ricavati poco sotto la batteria in posizione defilata, la polveriera in caverna e la batteria vera e propria con la teleferica annessa.
Il baraccamento truppa si sviluppava su due livelli mentre quello ufficiali su di un solo piano; i locali di caricamento, immediatamente sotto al fabbricato di base delle torri, erano collegati alle polveriere in caverna e ricavati in roccia, con solo la facciata all'esterno. Le polveriere erano in caverna per mettere al riparo da eventuali bombardamenti proietti, bossoli, cariche di lancio e polveri. Una lunga scalinata di settanta metri (dislivello trentaquattro metri), ricavata in roccia, le collegava con il forte; inoltre per rendere più rapido il rifornimento delle munizioni, lungo il soffitto della scala, era stato ancorato un montacarichi inclinato. Le particolarità dell'ambiente e il freddo, già all'epoca, avevano fatto sì che il cunicolo (attualmente quasi completamente pieno di ghiaccio) fosse già chiamato “galleria ghiaccio”, per le incrostazioni che rivestivano le pareti e impedivano il regolare funzionamento del montacarichi (infatti, nel Giugno 1940, a questo venne preferito il più rapido trasporto a spalla di proietti e bossoli).
La batteria vera e propria è composta di otto torrette con altrettanti cannoni da 149 A (acciaio), anche chiamati 149/35, in installazione tipo Armstrong Montagna (A.M.). I cannoni e i serventi erano protetti dalle intemperie e dalle schegge da una casamatta in acciaio con spessore variabile da 1,6 a 5 cm. L'affusto, il cannone, la casamatta e l'ombrello paraneve erano tra loro solidali e avevano brandeggio di 360°; la casamatta era posta in cima a una torre (costruita in cemento armato e mattoni di cemento), che doveva evitare, stante il forte innevamento invernale, che la neve stessa sommergesse le torrette impedendone l'utilizzo. All'interno di ogni torre una scala elicoidale e un montacarichi collegavano la casamatta con il piano terra; qui si trovava un fabbricato di forma parallelepipeda nel quale erano ricavati i diversi locali per ricovero uomini, riservette munizioni, gruppi elettrogeni, teleferica, ecc.
Gli otto pezzi da 149 mm avevano gittata massima di 16.000 metri (sebbene la maggiore quota dello Chaberton, rispetto ad alcuni obiettivi, consentisse di raggiungere distanze maggiori) e potevano battere tutta la conca di Briançon, oltre che il Colle del Monginevro, la conca di Cesana, e le diverse opere militari qui realizzate. Per questo motivo, il forte dello Chaberton, era classificato come opera autonoma ad azione lontana, in grado di colpire obiettivi profondamente in territorio nemico e in grado quindi di essere utilizzato per scopi offensivi, oltre che difensivi.
Durante la prima guerra mondiale l'opera venne spogliata del proprio armamento, che venne inviato sul fronte orientale per fronteggiare la penuria di bocche da fuoco. Successivamente riarmato, nel Giugno 1940 l'opera è protagonista di uno dei fatti d'arme più significativi e, forse più conosciuti, della breve "Battaglia delle Alpi".
Il vanto dell'artiglieria italiana, l'opera più alta d'Europa, è divenuta nel frattempo la 515
a Btr S.P. della Guardia alla Frontiera. A partire dal 1931, infatti, il Forte dello Chaberton, diventa parte della nuova sistemazione difensiva delle Alpi e viene inglobato all'interno della struttura del Vallo Alpino, la linea fortificata che, da Ventimiglia a Fiume, chiude le porte di casa.
Il 10 Giugno 1940, coglie molte opere del Vallo Alpino ancora in costruzione, se non allo stadio di progetto; nella Valle di Susa, la prima linea è completata, restano da mettere in cantiere le seconde e terze linee. Al Colle dello Chaberton, due piccoli centri di resistenza controllano il sentiero proveniente dal Rio Secco ma, come pure tutti gli altri “bunker” della sistemazione difensiva, non avranno il loro battesimo del fuoco. E' infatti il Regio Esercito che muove all'attacco e che tenta, invano, di superare le difese francesi lungo tutte le Alpi Occidentali.
In questo quadro è importante l'azione dello Chaberton che, il 17 Giugno entra in azione e spara i primi quaranta colpi. Lo scopo è appoggiare le fanterie italiane e, in particolare, eliminare le batterie e i forti nemici che ne ostacolano l'avanzata. Il giorno 20 la batteria inizia il tiro con maggiore intensità, prima sul dirimpettaio Janus, poi su altri forti della conca di Briançon. Il 21 Giugno l'opera riceve l'ordine di intervenire, concentrando il fuoco su di un obiettivo per volta. Alle 8 del mattino giunge sul rilievo un primo colpo da 280 mm, solo alle 17 però, con il diradarsi della nebbia che sino a quel momento aveva ostacolato l'osservazione, il tiro della batteria francese del Tenente Miguet diventa più precisa e inizia il tiro con regolarità: alle 17.15 la prima torre viene colpita in pieno e, in poco tempo, anche la teleferica e, nell'ordine, la quinta, la quarta, la terza, la seconda e la sesta torre vengono distrutte. Dopo le 18.00 rimangono efficienti solo il 7° e l'8° pezzo, che continuano il tiro sino alle ore 20.
Il bilancio è drammatico: 9 morti e cinquanta feriti, mentre i quattro mortai Schneider da 280 mm hanno sparato 57 colpi. Nei giorni seguenti le due torri superstiti continueranno il tiro in modo sporadico; infatti la nebbia impedisce l'osservazione del tiro, ma protegge anche lo Chaberton dalla distruzione completa, una sorte organizzata molto tempo prima del Giugno 1940.
L'Armee, conscia del pericolo costituito dall'opera dello Chaberton, infatti aveva già da molto tempo studiato e risolto il problema della sua distruzione. Infatti, mentre nel 1900 non esistevano pezzi in grado di battere con efficacia la vetta del forte, già nel 1914 la veloce evoluzione delle artiglierie poneva fine alla sua invulnerabilità. I francesi avevano posizionato già da tempo una batteria di obici Schneider da 280 mm nei pressi di Briançon, ovviamente in posizione defilata, da dove battere, senza essere visti, la vetta dello Chaberton.

RICOGNIZIONE CHABERTON:

Finalmente è estate, siamo pronti a partire per “Ricognizione Chaberton”.
La squadra per il sopralluogo è formata da quattro persone: Sara, Davide, Alfio (un nuovo membro che venuto a conoscenza della spedizione ha partecipato con entusiasmo), ed io (Andrea).
I giorni prescelti sono il 11- 12 – 13 Luglio 2003.
Un piccolo alberghetto ci aspetta a Claviere, paese di confine posto sul colle del Monginevro a 1800 mt di altitudine; arriviamo la sera del 11 Luglio, mangiamo una pizza, prepariamo il materiale per l'indomani ed andiamo a dormire presto.
Il 12 Luglio è il grande giorno: dopo quasi un anno di progetti e fantasie, finalmente saremo in vetta allo Chaberton.
Partiamo alle 7.00 di mattina, arrivando con la macchina poco dopo la frontiera francese, all'inizio del vallone di Rio Secco.
Iniziamo la lunga risalita, dapprima superando gli impianti della stazione sciistica di Monginevro, poi risalendo per il valloncello dirupato che ospita il ricovero Sette Fontane, un piccolo punto di appoggio sempre aperto che può venire utile in caso di difficoltà.
Dopo circa due ore di cammino arriviamo al colle dello Chaberton a quota 2670 mt; due piccole opere in caverna ne sbarravano il passaggio, ma per la mancanza di tempo e la voglia di arrivare in vetta, ne visitiamo solamente una, con la particolarità di avere ancora in loco parte del rigeneratore d'aria e relative tubazioni.
Ripartiamo alla volta della cima, osservando poco sopra il colle le opere di raccolta acqua e l'impressionante strada sterrata che si inerpica sul fianco del monte.
Intorno a quota 2900 mt incontriamo il piccolo posto di guardia che permetteva l'accesso al forte sovrastante, ed una fittissima serie di reticolati, pilastri in cemento e filo spinato posti a difesa dei fianchi dello Chaberton .
Superiamo anche l'unica pietra miliare rimasta a testimoniare i chilometri che dividono la strada dall'abitato di Fenils, nel fondovalle.
A quota 3000 mt troviamo le caserme destinate al ricovero delle truppe (inferiore) e degli ufficiali (superiore), ubicate in posizione sicura (dietro il filo di cresta), al riparo da eventuali tiri nemici; poco più in alto si apre l'importante finestra d'aerazione dei profondi locali sotterranei, adibiti nelle stanze più profonde a polveriera.
Verso le 12.00 siamo finalmente in vetta, e devo dire con grande emozione: siamo arrivati alla meta che ormai programmavamo da circa un anno, e ne siamo molto soddisfatti.
Scattiamo subito una gran quantità di foto: ci troviamo a quota 3130 mt, di fronte al più ardito e più alto forte mai edificato in Europa.
Alla base delle torri e dello spalto, ci addentriamo subito nei corridoi della caserma, invasa da neve e ghiaccio, ormai diventato perenne nelle profonde gallerie sotterranee.
Il lungo corridoio principale, mette in comunicazione i pozzi delle otto torri che sorreggevano i cannoni da 149mm, le riservette munizioni ed i locali adibiti a magazzino; attraversiamo anche i locali logistici, dove si possono ancora trovare resti degli impianti tecnici, come un gruppo elettrogeno che forniva energia elettrica, rimasto sepolto con il basamento nel ghiaccio.
Percorriamo la lunga e bassa galleria che attraverso per l'intera lunghezza lo spalto, completamente rivestita da micro formazioni di ghiaccio.
Dopo aver visitato attentamente la caserma, individuiamo l'accesso ai locali sotterranei, totalmente ingombro di ghiaccio vivo, con uno spessore di oltre un metro e mezzo.
Nel cortile antistante la caserma, incontriamo altri escursionisti, tra cui un ragazzo, Roberto Guasco (che ringraziamo ancora) che ci presta i ramponi che aveva con se.
Possiamo così avventurarci lungo il corridoio discendente e prendere una prima vista di quello che dovremo esplorare in seguito; arriviamo alla galleria principale, ma non la percorriamo per mancanza di attrezzatura (vedi impianti luci affidabili ed abbigliamento), il freddo è intenso (circa –8° C costanti), ma non ci demoralizziamo.
Lo scopo della ricognizione era infatti di avere un'idea più precisa di quello anche avremo dovuto fare e della possibilità di installare un campo base al forte.
Ci rendiamo conto però che viste le poche forze umane non sarà possibile rimanere più giorni in vetta, ma optiamo invece per una giornata molto intensa che ci porterà a salire, esplorare e scendere nell'arco delle 24 ore.
La sera, davanti ad una pizza e una birra, facciamo programmi per “Operazione Chaberton”.

OPERAZIONE CHABERTON:

Il 23 Agosto 2003 è il giorno prescelto.
Il campo base è stato “piantato” nel piccolo albergo di Claviere che già ci aveva ospitati.
Alla spedizione si sono aggiunti Luca, Alessandro, Luigi e Paolo: siamo dunque in cinque ad accingerci a esplorare lo Chaberton.
Partiamo da Claviere alle 3,30 di mattino, con cinque zaini pieni di qualsiasi cosa possa servire (siamo vicini ai 20Kg a testa); l'itinerario di salita è lo stesso della “ricognizione”, con la differenza che questa volta saliamo per gran parte del percorso alla luce delle frontali.
Verso le 9,00 di mattina siamo in vetta, io addirittura per la seconda volta; la prima cosa che facciamo è quella di scaricarci dai pesanti zaini che hanno rallentato tutta la nostra salita, e trovare una qualsiasi specie di giaciglio per riposarsi un'oretta prima di immergerci nelle gallerie ghiacciate.
Dopo un riposino ed una attenta preparazione di tutta l'attrezzatura (corde, luci, chiodi da ghiaccio, abbigliamento, ecc) siamo pronti per entrare ed anche per rimanere a lungo tempo nel freddo intenso delle profondità dello Chaberton.
Scendiamo la rampa di scale (un vero e proprio scivolo ghiacciato), fino al livello intermedio che interseca la galleria principale che corre tutta sotto il forte; il ghiaccio è talmente vivo e lucido che ci rispecchiamo senza alcuna fatica sul pavimento.
Arriviamo al primo bivio: a destra si percorre la galleria che esce parecchi metri sotto il cortile della caserma, in un baratro di sfasciumi, a destra si percorre il “ramo delle rose di ghiaccio”, la parte della galleria che avrebbe dovuto portare alla finestra osservatorio sul versante francese.
In questo ramo, l'assenza di correnti d'aria, ha creato delle concrezioni di ghiaccio fantastiche, che sembrano appunto delle rose.
Rose di ghiaccio, aria cristallizzata ci avvolgono tutto attorno; e uno spettacolo illuminato dalle acetilene di rara bellezza e impossibile da dimenticare.
Paolo assaggia una sottilissima ed impalpabile concrezione di ghiaccio, e si rammarica di non aver portato con se lo sciroppo alla menta.
Arriviamo a una diramazione: la esploriamo, ma dopo alcuni metri chiude; siamo a quello che sarebbe dovuto essere l'accesso alla stazione della teleferica per via sotterranea, iniziato, ma mai ultimato.
Proseguiamo lungo la galleria; ci muoviamo gattoni, lo spessore del ghiaccio infatti qui raggiunge e supera i due metri, e ad impedire un agevole passaggio vi sono le centine metalliche che sostenevano l'impermeabilizzazione della galleria; già quando il forte era in uso infatti, era grande il problema delle formazioni di ghiaccio lungo tutte le gallerie, gli impianti elettrici e meccanici.
Arriviamo al termine della galleria, dove si trova uno spesso muro in calcestruzzo: dall'altra parte una breve galleria che diparte nelle vicinanze della stazione di arrivo della teleferica e che porta alla finestra di avvistamento lato Francia.
Un piccolo passaggio (forse una porta) metteva in comunicazione le due gallerie, ma oltre due metri di ghiaccio lo ostruiscono.
Torniamo indietro, intanto rileviamo e disegniamo l'interno.
Tornati al bivio della scala discendente prepariamo una calata su corda, per arrivare nei locali adibiti a polveriera.
Mi calo tra ghiaccio e soffitto, in pochi centimetri di aria, poco dopo mi raggiunge Alessandro, rileviamo tutto il possibile, il ghiaccio è talmente tanto che strisciamo sdraiati sul soffitto.
Sono ormai oltre due ore che siamo in un ambiente a quasi –10°C, l'esplorazione è conclusa con successo, e decidiamo di risalire.
Fuori ci aspetta Luigi ed una giornata estiva di pieno sole.
Lo sbalzo termico è di oltre 30°C e noi ci spogliamo e ci facciamo coccolare dal caldo sole.
Brindiamo con la poca acqua che ci è rimasta al successo della spedizione, ma ormai è tardo pomeriggio e bisogna scendere a valle.
Guardiamo con soddisfazione e con un po' di malinconia il forte, e ci incamminiamo verso Claviere dove ci attendono fidanzate, mogli e figli.


CONCLUSIONI:

La leggenda ed il mistero che ancora oggi circondano il mito dello Chaberton ci hanno spinto ad esplorarne le gallerie sotterranee, parte meno conosciuta, ma forse più affascinante dell'intero complesso.
Oggi rimangono le vestigia di un forte che è diventato meta di centinaia di escursionisti; moltissimi, dopo aver superato millecinquecento metri di dislivello, da Fenils o dal Vallone del Rio Secco, danno un'occhiata distratta alle strutture, mangiano un panino e tornano a valle, aggiungendo al loro carnet anche questa camminata, alcuni salgono di corsa e, senza guardare neppure il panorama, scendono altrettanto di corsa, pochissimi si avventurano all'interno delle gallerie e nelle caserme, cercando di capire come, un monte incastonato in un mondo bellissimo, sia potuto diventare strumento di guerra.
E' stata una spedizione che ha riunito un mix di specialità quali la bunkerologia, la speleologia, l'alpinismo, il movimento su ghiaccio; una dura prova ben superata dai componenti che hanno dato vita ad una piccola ma importante impresa.

E' stato realizzato un video intitolato”Operazione Chaberton 2003” disponibile presso la sede della SCAS, in Sanremo, con tutte le immagini ed i dettagli della spedizione.

Hanno partecipato:

Bianco Andrea - Capospedizione

Bagnaschino Davide
Bianco Luca
Bonfante Sara
De Martin Barbara
Gazzano Alfio
Pastor Martina
Pastor Luigi
Pastorelli Alessandro
Pastorelli Alessio
Pizzo Stefania
Serri Paolo

 Stay Alive and Free info@scas.it